lunedì 30 giugno 2008

Marco Guzzi

Carissimo Fabrizio,
grazie del libro che mi hai inviato e che sto leggendo con gusto e con pazienza. Senza fretta cioè, un racconto o due per volta.
Sembrano a volte brevi parabole contemporanee, sempre pregne di insegnamenti, attinti però dalla semplicità delle storie più feriali, come Polvere, ad esempio: il disegno preciso e insieme misericordioso di un carattere e di un destino.

Ciò che in particolare mi interessa è la visione generale del fare poetico che mi sembra soggiaccia a tutto il tuo lavoro, e cioè la preminenza della vita sulla letteratura.
Non a caso in Scacchiere parli di Rebora che seppe rinunciare perfino alla poesia "vincendo l'ultima partita con uno scacco matto all'Avversario". La scrittura infatti può diventare idolatria.
Leggiamo a volte veri e propri deliri sul ruolo del poeta, senza che si comprenda il senso autentico di questa vocazione, e cioè la diaconia nei confronti di una Parola che è più grande di noi e che solo nella più umile vita concreta, e nel servizio, trova la sua più piena incarnazione.
Ecco, nei tuoi racconti si sente che per te la scrittura è al servizio della vita e non viceversa.
Speriamo che questa Guida pratica possa raggiungere molti viandanti e molti dispersi.

Un abbraccio grande e affettuoso
Marco Guzzi

giovedì 26 giugno 2008

Paolo Cacciolati

Ho poco da aggiungere, rispetto a chi mi ha preceduto, sui racconti che compongono questa raccolta di Fabrizio.

Io leggo, leggo questo libro arrivato a casa mia per vie non solo postali, leggo molte altre cose, forse troppe cose, e mentre leggo faccio una fatica (quasi sempre) bestiale a recuperare un senso, anzi il senso, delle pagine aperte davanti a me. Tutto (o quasi) mi sembra inutile, già letto e già detto. Tranne in qualche caso. Uno di questi è il libro di Fabrizio. Limpido, nella predisposizione alla ricerca di eternità, come suggerisce il titolo, ma eternità per chi? per i protagonisti dei racconti? per i lettori? e per l'autore? Chi è Fabrizio Centofanti? E' un prete? E' uno scrittore? E' uno che combatte ogni giorno contro tremendi mulini a vento? O è semplicemente un uomo, come tutti noi, che cerca anche per sè, oltre che per gli altri, una via per l'eternità? Ecco, vorrei mettere l'accento su quest'ultimo punto, perchè mi piace leggere questo libro non tanto come una raccolta di racconti, quanto come una specie di romanzo di formazione, composto sì da tanti episodi, da tante particelle diverse che sono le persone e le storie di cui ci parla, ma che alla fine si riassemblano in un unico mosaico il cui disegno complessivo è dato dalla tensione dell'autore verso il proprio, lo sottolineo, il proprio, percorso per l'eternità. Percorso condiviso, comune, ecumenico, tutto quello che vogliamo, ma secondo me prima di tutto suo, nella sua unicità di uomo, come tutti noi. E proprio qui sta il bello, perchè altrimenti, se leggessi questo libro "solo" come una testimonianza e non come una dolorosa ma necessaria bildungsroman (ecco, l'ho scritto, chè quando si parla di romanzo di formazione mica uno può esimersi dall'usare cotanto parolone), faticherei ad avvertire la pacifica potenza della scrittura di Fabrizio, a decifrare quella corrente sotterranea che attraversa l'anima dei protagonisti di queste storie.

Un supporto a questa lettura, me lo fornisce lo stesso Fabrizio quando, presentando il libro, dichiara:"prima si raffigurava Dio come un grande occhio in un triangolo, si voleva dire che siamo sempre sotto controllo, anche quando nessuno ci vede. Secondo me, bisognerebbe invece raffigurare Dio con l’immagine dell’orecchio: è uno al quale puoi finalmente raccontare la tua storia, uno che ti ascolta, e ascoltandoti guarisce le tue ferite. Il giudizio finale me lo immagino così: un grande libro di racconti, in cui non c’è più nessuno che ti giudica, ma solo un orecchio attento e partecipe, che cura i tuoi traumi, e libera finalmente le tue energie. La verità, insomma, sarebbe ancora una volta nel rovescio delle cose."

Non a caso, secondo me, Fabrizio ha scelto di riportare questa immagine dell'ascolto, quasi che chiedesse al lettore di "sostituirsi", nel suo piccolo, per l'istante della lettura, all'orecchio divino. Spero di non esser stato blasfemo, in quello che ho appena scritto, ma non mi pare di passare per eretico o dissacrante nel dire che questo libro e coloro che lo leggono consentono all'autore di trovare un medium terreno nell'ascolto della propria ricerca di eternità, anche tramite queste storie degli ultimi.

Per il resto, non ho molto altro da aggiungere alle bellissime cose che sono già state scritte su questa Guida pratica all'eternità.

Aggiungo solo che avrei visto bene in prima pagina, oltre all'introduzione di Remo Bassini, questa citazione dai Pensieri di Pascal:"Quando considero la brevità della mia vita, inghiottita com'è nell'eternità che la precede e che la seguirà, lo spazio minuscolo che io occupo e che è a me visibile, gettato come sono in una vasta infinità di spazi di cui non so nulla e che nulla sanno di me, mi spavento e mi stupisco di trovarmi qui anzichè là, e ora anzichè allora. Chi mi ha posto qui? Per ordine di chi e in virtù di quale destino guida mi è stato assegnato questo tempo, questo luogo?"

Insomma, in queste parole di Pascal io ravviso una formidabile chiave di lettura per questa guida all'eternità.

mercoledì 18 giugno 2008

Ramona Corrado

Ho letto qualche giorno fa questo libro.
E poi l’ho riletto, con calma e attenzione.
La prima volta l’ho bevuto, la seconda l’ho assaporato.
Poi l’ho ripreso ancora in mano. Colpita ed emozionata.

È un libricino piccolo, quasi tascabile, vestito di uno splendido sole giallo griffato Van Gogh (Seminatore col sole che tramonta, Vincent Van Gogh, 1888), che sembra fatto apposta per infondere ottimismo e speranza. Nonostante.
È un libricino dal costo contenuto, appena 9 euro, quasi non osasse chiedere di più per pudore… costa niente in confronto ai nomi più o meno altisonanti riposti sugli scaffali delle librerie.
Ma io non l’ho comprato.
L’ho avuto in dono.
Con un gesto straordinariamente gentile me lo ha regalato l’autore, don Fabrizio Centofanti, anticipando la mia volontà di ordinarlo online.
Ringrazio ancora il Fabry, come lo chiamano gli amici, per avere pensato a me.
Mi piace pensare, con una leggera presunzione, che questo dono sia dovuto alla nostra vicinanza di pensieri e situazioni, alla condivisione di esperienze di vita difficile, che, sia pure in campi diversi, io nella sanità, lui nel sociale e nel quotidiano parrocchiale, ci accomuna. Entrambi abbiamo infatti contatti ravvicinati con l’umanità derelitta, io malata nel corpo, lui nell’anima. E spesso una delle due cose non esclude l’altra.

Conosco da poco il Fabry, e nemmeno di persona.
È stato lui a cercarmi, un giorno, a dire seguimi.
Dove?, gli ho chiesto.
Dentro LA POESIA E LO SPIRITO (LPELS).
E perché proprio io?
Perché sei come sei, è stata, più o meno, la risposta.
Come un Gesù pescatore di uomini, il Fabry ama pescare chi più gli sembra propenso a condividere il suo progetto di cambiare il mondo con l’amore, la bellezza e la poesia.
Ero incredula. Cosa mai potevo fare io in una cerchia di persone dal così alto valore intellettuale e culturale?
Me lo sto ancora chiedendo. Ma il Fabry non se lo chiede, a lui davvero vado bene come sono.

Don Fabrizio è un uomo colto, amante della letteratura, della poesia e della musica. Uno che scrive, anche. Ma don Fabrizio è anche un prete di strada. Uno che da quando ha indossato la tonaca la usa e la consuma nella discesa infinita dentro i tanti gironi di quell’inferno chiamato vita.
Uno che si rimbocca le maniche, che si mette al servizio degli altri, tanto più quando sono deboli, maltrattati e discriminati.
Un prete che fa il prete, che non si limita a indicare la via, ma la percorre per primo.
Un prete che scrive e veste di sole un piccolo libretto di speranza.

Questo libricino che ha per vestito un enorme sole giallo, s’intitola GUIDA PRATICA ALL’ETERNITA’, Racconti tra cielo e terra.
Tecnicamente è, appunto, una raccolta di racconti. Ma come per incanto ogni racconto è anche un ritratto, una confessione o una riflessione. Un’occasione per sguazzarci dentro, come ho fatto io, affascinata da sempre dai racconti di vita vissuta, specie quando questa è dura e fa male.
Non so se sono masochista… è che sono convinta che solo confrontandosi con il dolore altrui si sminuisce il proprio. È guardandoci intorno che possiamo dire, ma sì, in fondo, c’è chi sta peggio, e allora possiamo provarne compassione, dimenticando il nostro stesso egoismo.
E al tempo stesso possiamo consolare i nostri timori: nessuno è mai veramente solo, qualcuno è sempre al fianco di qualcun altro. Nemmeno i più disgraziati, i più derelitti, i più abbandonati, sono soli. Qualcuno che lotta anche per loro c’è, senza paura di esporsi in prima persona, e ci sembra impossibile che questo avvenga nel cinico mondo che ci ospita.
Testimonianze come queste non possono, in ultima, che incoraggiarci a fare qualcosa anche noi, nel nostro piccolo, per rendere migliore il nostro tempo.
Piccoli eroi quotidiani, anonimi, ma indispensabili.

Nel libricino vestito di sole il Fabry ha messo molto di sé e delle persone che ha conosciuto grazie al suo mestiere di prete di strada. Persone specialissime. Disadattati, alcolizzati, tossicodipendenti. I rifiuti della società, abbandonati lungo i margini, come la monnezza di Napoli. Sono loro quelli che più hanno bisogno di un aiuto o di un amico, e anche se non te lo diranno mai, anche se ti rendono la vita difficile, accettano in qualche modo di essere aiutati.

Nelle parole racchiuse nel libricino dal vestito giallo di speranza, si legge pietà per queste persone, comprensione, solidarietà, talvolta rabbia, ma sempre il desiderio di aiutarle e mai una critica alle loro scelte. Seguendo così un filo conduttore, un esempio a cui il Fabry ha attinto a piene mani. L’esempio di un altro prete, pure lui di strada, un prete sui generis dalle poche parole, molte sigarette e moltissimi fatti. È stato lui a indirizzare l’anima sbandata di un giovane all’epoca alle prese con un dolore immenso e inconfessabile. È stato lui a insegnare a quel giovane a tendere le mani per dare e non per chiedere, e a mettere a disposizione la propria vita per quella degli altri. E non solo in senso figurato.
Don Mario Torregrossa infatti è stato realmente vittima di un folle che gli ha appiccato fuoco, lasciandolo a combattere a lungo tra la vita e la morte, fino a rimanere invalido per sempre.


La figura di quest’uomo straordinario, ancora prima che sacerdote, ricorre spesso nella narrazione di Fabry. Umanamente, come un ritornello senza fine e senza un perché.

E come un ricordo doloroso e ricorrente racconta, quasi a cercare ancora di farsene una ragione, di come fu lui a soccorrere don Mario dopo l’attentato. E poi la lunga pazza corsa verso l’ospedale, con il bisogno segreto di bestemmiare senza poterlo fare (“Trasportando don Mario in ospedale lo vedevo tremare, e pensavo che una bestemmia in questi casi non può essere peccato. Avevo torto, ma il vuoto mi spingeva sui versanti sconosciuti di un dolore feroce, insostenibile, con lo stesso colore del sangue e dei semafori che intimavano l’alt e che io non potevo rispettare, come tutto il resto, se non il suo corpo martoriato, che tremava.” La bestemmia soffocata). E ancora l’angosciosa attesa e le preghiere e il disperato bisogno di credere alle previsioni di un veggente o presunto tale che assicura “si salverà”.

Nelle parole di questo libricino, esile ma pieno di fiducia, ci sono i protagonisti, estratti da un’umanità dolente e terribilmente autentica.
C’è l’attore che diventa alcolizzato dopo che gli muore la bellissima compagna russa, (“….capace di trasformare in sogno le ore della sera, al punto che non capiva come prima si potesse accontentare di quella cosa che chiamava vita. Facevano presto a ritrovasi avvinghiati l’uno all’altra, come se Mario avesse paura che il sogno gli sfuggisse, che un genio cattivo, geloso della sua gioia, gli strappasse dalle braccia il più bel film della sua vita. E così fu.Come un film.). Bugiardo e infingardo, apatico e indisponente, sempre sbronzo, prende il letto che il parroco gli offre, in canonica, e non lo lascia fino alla morte.
C’è l’arrivista che brucia la propria vita in un attimo, come un vulcano (“Nella vita avrebbe fatto qualcosa di grande, come l’Etna, che torreggiava sulle strade del suo paesone”. Vulcani).
C’è il tossico che le escogita proprio tutte per sfruttare gli altri, soprattutto i preti, senza rinunciare alla roba (“Sui preti ci puoi sempre contare, non c’è nessuno che si faccia infinocchiare come loro.” Canonica Paradiso) e rubare un posto in canonica, e magari in paradiso.
C’è la prostituta che domanda aiuto con umiltà e disperazione, per il figlio tossico che nessuno vuole curare, e il suo bisogno di aiuto è uguale al bisogno di tutti (“Anna ci chiedeva di aiutare il figlio, e ricordavo l’aiuto che avrei voluto anch’io quando tutto era crollato. Ci sono giorni in cui il tempo è sospeso sul desiderio d’impuntarsi, di dire no alla macchina infernale che ti stritola; […] e perfino la notte ti compatisce con gli occhi spalancati delle stelleCome stai?)
E c’è anche la suora terribile pronta allo scontro, ma che poi si ammala di tumore e diventa dolcissima e paziente, tanto da far capire, con la sua storia, che “…le rabbie e i sogni di noi umani sono un pugno di polvere lanciato verso il cielo, in attesa dell’inevitabile caduta.” (Polvere)
E altri ancora.

Ma nelle parole graffianti di questo libricino dalla veste galla c’è anche il calvario di don Mario e la crescita interiore di un ragazzo dalla vita vuota e difficile (Mani e Pugili allo specchio). E forse proprio queste sono le storie che personalmente mi hanno catturata più di ogni altra. Mi succede sempre, quando le adatto alla persona che le ha scritte e che conosco, perchè entro, in questo modo, nel suo intimo più inviolato. E mi sforzo di farlo inpuntadipiedi, con rispetto…

Nelle pagine di questo piccolo libro c’è la voglia di bestemmiare, ma anche il ringraziamento a Dio, c’è la passione per l’uomo come essere divino e miserabile, ma anche quella per l’omelia e il mistero della Messa.
In queste pagine, insomma, ci sono dei racconti, che non sono solo racconti da leggere, ma vita da bere.
La scrittura secca e allo stesso tempo poetica del Fabry, rende facile la lettura. Facile la riflessione, facile l’immedesimazione, facile l’emozione e il desiderio di conoscere da vicino una persona speciale come il Fabry, prete di strada, scrittore dell’anima.

domenica 1 giugno 2008

Francesco Marotta

Fabrizio, tu dici: “grazie per il bellissimo dono”. Ma il vero dono è già annunciato dalle parole di Giorgio, e si rivela, nella sua umanissima e compiuta bellezza, nelle pagine che racchiudono, come uno scrigno senza chiave, i racconti di fraterna, dolente umanità che compongono il libro.
La sostanza etica da cui scaturisce ogni parola di Giorgio, infatti, non è altro che la risposta, l’unica possibile, a chi ti avvicina reggendo in mano un dire impastato nella stessa materia, animato dallo stesso respiro, dalla necessità, che si fa spasimo e dolore fisico e paura e speranza, di provare ogni giorno, in ogni momento, le proprie certezze, piccole o grandi che siano, al fuoco dell’esistenza concreta e non della sua immagine idealizzata: senza mai dimenticare che il fuoco che riscalda e genera è lo stesso che consuma, che brucia e incenerisce: l’alito materno che dà vita o la ripugnante fiamma della storia che si accanisce contro un corpo già provato da ogni rinuncia.

Il tuo libro è di una “humilitas” sconcertante, “scandalosa”, che attanaglia: come una “pietra” lanciata con forza, anche quando assume vesti e forme di piuma, contro la finzione, il perbenismo, le convenzioni, le maschere quotidiane, il falso ossequio e gli ancora più falsi rituali di una carità e di una pietà ridotte al rango di stanche abitudini: capace di mettere da parte dogmi e dottrina e di fotografare, in alcuni racconti in modo indelebile, lo spazio esatto di volti che si cercano, che si scambiano respiro e pelle pur senza mai sfiorarsi, che si rincorrono per condividere l’attimo in cui la vita gli si è rivelata, o gli si rivela, nella sua estrema, assoluta nudità: come se questo fosse l’ultimo, o l’unico, scopo da realizzare nei propri giorni. E la vita che ne emerge è il cammino esatto di chi continua a cercare, anche quando il terreno sembra dileguare o scompare del tutto sotto i piedi; anche quando l’unica certezza che si ritrova non è altro che il nulla di orizzonte di chi annaspa nel vuoto: ma, nonostante ciò, ha ancora la forza per rimirarsi nello specchio della sua memoria, quella dei propri passi, quella di un’eco superstite: l’immagine precisa, netta, incancellabile, di chi parte alla ricerca di un uomo di cui conosce appena il nome, e in un paese straniero continua a sussurrarlo alla gente incredula, stupita, intimorita.

E’ un libro della “condivisione”, la condizione ormai rimossa, perché inservibile e inutilizzabile dalle logiche del dominio e dell’egoismo, di chi scopre l’universo al suo primo apparire nei disegni di un bambino, e sa, in cuor suo, che non gli resta altro che contemplare, davanti a quel fluire di segni incerti, tutte le sue teorie, la sintassi, le proporzioni, le regole, il dettato, l’ordine, l’agire, mentre si riducono in fumo e svaniscono come nebbia cancellata dalla luce irriducibile di quei tratti sghembi, elementari. Ed è esattamente quello che avviene in questo piccolo, grande libro dove l’unico miracolo possibile, a misura umana, è proprio l’umana misura, quel “condividere” che ha l’ardire di cancellare l’accumulo, il “moltiplicare” su cui si fonda la sua stessa storia: un intero oceano ridotto a un minuscolo graffio di colore blu su un foglio. E’ così: la mano che ricostruisce l’alfabeto delle vite narrate ha dita infantili: lo scrittore, l’intellettuale, l’uomo colto gli mette a disposizione lo strumento di una struttura armoniosa, essenziale, luminosa nella disposizione e nei procedimenti che ne incanalano il flusso: ma lo sguardo, la percezione e la trasposizione dell’esistente in “quei” colori sono attimi di una pupilla vergine che cresce, e ingigantisce, insieme alle “cose”, che si immerge nella corrente del mondo, ne diventa parte, non giudica, ne legge i segni, la sofferenza: scoprendovi per la prima e l’ultima volta la radice profonda del proprio volto.

Molti anni fa ebbi la fortuna di conoscere padre Turoldo. Mi fu presentato da un compagno di lavoro che era stato un suo allievo. L’avrò visto in una decina di occasioni, e ogni volta erano lunghe chiacchierate, discussioni accese e febbrili su libri, sulle vicende di quei giorni straziati, memorie e racconti degli anni di guerra che non avevo mai vissuto. Ricordo che una volta stetti ad ascoltarlo per molti minuti senza dire una parola. Lui mi guardò con occhi ancora più profondi e mi disse: “Io so cosa vorresti chiedermi: perché ti parlo tanto, di tutto, tranne degli abiti che indosso; tu aspetti solo di sentirmi dire chi è nel giusto, anzi, che io sono nel giusto. Tu aspetti dalle mie parole la conferma a una tua verità, da contrapporre alla mia”. Non risposi. “Ricordati che non è quello l’essenziale. La strada è una, e la si percorre in mille modi diversi, con passi più o meno franti o sicuri. Tu pensa solo a percorrere la tua, quale che sia, e a rimanere te stesso nel cammino. E a chi ti dice che non lasci impronte, regala un pugno di sabbia: il ricordo del deserto che hai attraversato.”

Non l’ho mai dimenticato.

Ecco, ho voluto condividere con te questo ricordo: per ringraziarti del libro, in cui parli della mia gente, del mondo ai margini del mondo in cui sono nato e dal quale non sono mai uscito; perché mi piace pensarti, con abiti e passi diversi dai miei, mentre ogni giorno attraversi quel deserto: perché io saprei riconoscere, in ogni momento, la voce della sabbia che porti stretta alle dita.

sabato 31 maggio 2008

Stefanie Golisch

Funamboli

I racconti di Fabrizio Centofanti


Non sono salvi.

Ma trovano nei racconti di Fabrizio Centofanti una dimora. Fragile e precaria com’è nella natura della letteratura che è fatta di parole e di suoni, di allusioni e intuiti.

Li chiama con il loro nome - Antonio, Agatino, Mario, Anna - questi uomini e donne al margine della società. Coloro che non ce l’hanno fatta in un mondo spietato che perdona piuttosto il crimine che l’insuccesso.

Guardare dove la maggior parte distoglie lo sguardo per ridare la dignità a chi l’ha persa, sembra essere il programma di questi racconti che portano il lettore direttamente nel cuore di una realtà che, a prima vista, di letterario ha ben poco.

Non sono personaggi attraenti che al mondo hanno qualcosa da raccontare o insegnare, al contrario: il loro messaggio è la difficoltà di vivere, il fallimento di piani e progetti, sogni e attese. Sono uomini e donne deboli, ma uomini e donne in cui ci si può comunque riconoscere.

E questo è proprio il merito della scrittura precisa e attenta di Fabrizio Centofanti.

Sarebbe stato facilissimo, proprio davanti a un tale proposito, sbagliare tono. Diventare dolciastro o lacrimoso. Compatire questi poveracci dall’alto al basso, dalla posizione di chi è, al contrario loro, salvo e sapiente.

Ma la scrittura di Centofanti ci fa capire l’esatto contrario: non possiamo non riconoscerci nella loro delusione e nei loro fallimenti. La possibilità tragicamente mancata - o spensieratamente giocata - non è il contrario della possibilità realizzata, ma nel quadro completo della vita umana sono un’unità indissolubile.

L’uno non è pensabile senza l’altro. Il nostro equilibrio personale, che è l’equilibrio del mondo intero, è fragile - e sulla fune non si gioca soltanto il destino del funambolo.

Il racconto Come un film parla proprio di questo scambio di ruoli e di destini. L’attore Mario, un uomo che dopo una grande delusione amorosa perde la sua stabilità psichica, abbandonandosi all’alcol, porta lo stesso nome del parroco don Mario che lo accoglie in casa sua, cercando invano di trovare una soluzione per i problemi dell’altro.

L’alcolizzato nel letto che il prete gli ha ceduto o al telefono, fingendosi il suo benefattore: i due Mario non sono la stessa persona, ma certamente portano l’altro in sé; come una delle infinite possibilità di cui l’uomo è il contenitore.

Fallimento e successo non come due poli estremi, assoluti, ma come l’abissale danza del funambolo che in ogni momento è nel pericolo di perdere il suo equilibrio.

Come se fosse necessario, nella logica del mondo, c’è chi cade e c’è chi si salva. Ovviamente non è la stessa cosa, ma il vincitore e il vinto sarebbero impensabili senza la loro battaglia continua.

Non si può sfuggire dallo sguardo dell’altro: così come il suo trionfo, anche la sua miseria è, intimamente, la tua.

martedì 27 maggio 2008

Giorgio Morale

Caro Fabrizio,
ho appena finito di leggere il tuo Guida pratica all’eternità. Non vorrei al momento analizzare l’opera dal punto di vista estetico-stilistico: esso fa parte dell’educazione e della sensibilità del Narratore che nel libro dice “io”; ma sintetizzo quello che potrei dirne con le parole di Giovanni Nuscis: “L’esattezza, la leggerezza e la rapidità calviniane nel descrivere sono qualità evidenti di questa scrittura”.
Hai scritto un libro di racconti brevi, ma con una struttura salda e ben costruita. In apertura hai posto un preambolo, il racconto L’editore, una sorta di protasi in cui dichiari la tua fiducia nei racconti “leggeri e discreti”, che “passano quasi inosservati, ma gettano semi di storie che qualcuno raccoglie e fa fruttare altrove”. Cominci quindi con Scacchiere, in cui presenti il te stesso di anni fa a un bivio, alle prese con la scelta tra l’accademia letteraria e la vocazione religiosa.
Poi prosegui con racconti disposti secondo una progressione romanzesca, che io assimilerei alla tipologia del viaggio iniziatico. Poco importa se a muoversi non è il protagonista, ma le varie figure che vanno a lui: l’io viaggia trasferendosi in loro. È l’io di Fabrizio Centofanti attore e narratore che fa da filo d’unione, ritraendosi dietro le quinte nei vari incontri, per venire in primo piano alla fine.
Naturalmente per noi occidentali il viaggio iniziatico per eccellenza è la Commedia dantesca, il cui modello mi pare di vedere in filigrana anche in questo libro. Infatti cominci l’opera con incontri da Inferno contemporaneo: disoccupati, ladri, barboni, prostitute, drogati, ubriaconi, con don Mario come un novello Virgilio a farti da guida. Poi c’è il Purgatorio di figure troppo prodighe, supponenti, inflessibili, dogmatiche. E infine il tuo Paradiso: la tua fede, la messa, la celebrazione eucaristica. Proprio queste ultime sono tra le pagine più coinvolte e coinvolgenti, in cui tu pellegrino lasci anche la guida di don Mario per affrontare da solo il tuo compito, e diventare uno dei personaggi, accomunato agli altri dalle tue povertà, i tuoi dubbi, le tue paure.
Come spesso avviene alla fine di una recherche, la rivelazione cercata è la più semplice che si possa immaginare: al fondo di tutto si trova se stessi, la propria immagine, la propria vocazione: “la vocazione, è nata da una luce improvvisa, mentre prima sembrava tutto grigio” (nel racconto Il canto del gallo). Così si chiude il cerchio aperto con Scacchiere.
Insomma, non voglio fare un’analisi del libro, Fabrizio, quello che mi preme dirti, a libro appena concluso, è che hai sortito l’effetto che alcune opere sortiscono: fare desiderare la condizione del personaggio-Narratore: sì, in alcuni momenti ho desiderato essere te, per poter avere un’esperienza grande come la tua delle sofferenze umane.
L’attenzione per i poveri e la sofferenza presente nei tuoi racconti mi fa venire in mente alcune parole di Flannery O’Connor: “Se vuoi scrivere racconti, non scacciare i poveri dalla soglia di casa… i poveri hanno meno bambagia a proteggerli dalla brutalità della vita… il romanziere li avrà sempre con sé, perché riesce a trovarli ovunque… agli occhi del romanziere siamo tutti poveri, e il povero soltanto simbolo della condizione di tutti gli uomini… Il mistero dell’esistenza traspare sempre dal tessuto delle loro vite ordinarie” (da Nel territorio del diavolo).
Tu protesti perché “Vogliono un prete senza errori. Una macchina infallibile”. E racconti di una signora che viene in sacrestia a dirti: “Don Fabrizio, devo dirle una cosa, anche se so”. Che cosa? “So che è comunista”. Forse perché dici sempre che “sui pani hanno sbagliato operazione: condividere, non moltiplicare”. Perché dici che “La forma perfetta è la faccia dei poveri. Ossimoro vivente: la mancanza di tutto e la pienezza” (nel racconto La forma perfetta).
Ma non vedo che errore ci sia in questo. Tutto questo è strettamente legato alla tua fede, credo infatti sia vero quanto dice ancora Flannery O’Connor: “Più intensa è la luce della fede, più evidenti saranno le storture che lo scrittore vede nella vita attorno a sé”. E inoltre: è necessario, queste storture, “farle apparire come storture a un pubblico abituato a considerarle naturali”.
E questa è anche la mia esigenza. Pertanto ti ringrazio di questo libro e ti abbraccio.
Giorgio

lunedì 26 maggio 2008

Mario Galzigna

Da Ibridamenti

Maddalena mi dice: *Sto scrivendo un commento al libro di don fabri* (così lo chiamiamo tra di noi)...
Scuoto il capo. Ci risiamo, dico. Un nuovo *agìto*, una nuova iniziativa, tra le tante collegate a questo nostro maledettissimo [:-)] blog (Ibridamenti), che rende il mio *accesso* a madmapelli sempre più arduo, sempre più difficoltoso...
Mad esce con la bambina: il suo vero ancoraggio al mondo dei viventi...
Lascia il libro di don fabri sul letto, con dei postit verdi che sbucano fuori dalle pagine, quasi a promettere ricche esegesi, commenti, annotazioni...

Incuriosito da tanta *dedizione*, un po' insospettito dal titolo, evocatore di fantasmi religiosi a me estranei, apro il piccolo libro. Leggo prima i passi sottolineati da mad, o commentati nei postit verdi. Ma sùbito abbandono questa postura troppo familiarista e comincio a leggere. Vengo, debbo dirlo, immediatamente travolto dalla lettura (alla quale, non ultima, mi sprona la prefazione dello stimatissimo Remo Bassini)...

Microstorie, riprendo Bassini, sospese tra la disperazione e la speranza. Microstorie attivate non dalla fantasia, ma dal ricordo, da una memoria partecipe e dolente.
Microstorie che mettono al centro della scena derelitti, emarginati: gli ultimi.
Microstorie che riportano frammenti di realtà: frammenti ricordati, rivissuti, con grande e commovente empatia. Non c'è la fantasia, certo, ma c'è un alone lirico - poetico, empatico, ricco di partecipazione umana e affettiva - che dà colore e spessore a queste microstorie.
I paria, i "suppliziati del linguaggio" (Antonin Artaud), solitamente esclusi dal registro della parola, trovano qui un luogo in cui, direttamente o indirettamente, si riprendono la parola che è stata loro negata...

Andrebbe aperto, anche qui - perchè no? - un bel dibattito sulla visione laica di concetti come spiritualità, trascendenza, empatia.
Trascendenza: movimento che mi porta fuori da me, verso l'altro.
A don fabri dico che discutendo su queste cose troveremmo - ne sono certo - non solo differenze, ma anche punti di incontro e territori di possibile condivisione...

Grazie per questo tuo lavoro, don fabri.
Mario Galzigna